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giovedì 2 febbraio 2012

Caro Monti ci vuoi vedere Precari e felici? Si può. Ma non in Italia, Si chiama flexsecurity grazie a essa in Danimarca i giovani lavorano.

L'ANALISI - Nel paese nordico la massima flessibilità si coniuga con alti sussidi di disoccupazione. Un modello virtuoso al quale ispirarci
giovani lavoro e1328135594202 500x315 Precari e contenti: in Danimarca i giovani lavorano. Grazie alla Flexsecurity 
Precari e felici? Si può. Ma non in Italia. Si chiama flexsecurity, un neologismo che sta ad indicare la flessibilità sicura nel mercato del lavoro, una concezione totalmente opposta a quella che vige nel nostro paese dove il sogno del posto fisso, sogno peraltro sempre più irrealizzabile, sembra essere l’unica speranza per una vita dignitosa.
Flessibilità e sicurezza, il modello danese. Arriva dalla Danimarca e sembra essere la formula ideale per ridare anche ai giovani italiani la possibilità di tornare a sperare. Ma come è possibile coniugare flessibilità contrattuale alla sicurezza del reddito? Nel paese nordico non esistono posti fissi. Si può essere licenziati. Ma allo stesso tempo lo Stato garantisce un reddito minimo per due anni con l’obbligo di riqualificarsi con corsi di formazione e di lavoro non retribuito. Questo modello è stato applicato in Danimarca per la prima volta nel 1993, diciannove anni fa. Un tempo sufficiente nel quale ha dimostrato di aver funzionato piuttosto bene, migliorando le condizioni di tutti i lavoratori e ridando competitività alle aziende, valorizzando maggiormente il merito e la capacità.
Una speranza per i giovani. A causa della crisi il sistema danese è stato messo duramente alla prova. Se prima il sussidio era di sette anni, recentemente è stato portato a due. Inoltre, il tasso di disoccupazione, che nel 2008 era del 3,4%, è salito quasi ai livelli italiani (7,8% contro l’8,9%). Ma il dato veramente significativo è quello relativo alla disoccupazione giovanile. Nel paese nordico gli under 25 che sono senza impiego rappresentano il 14%, ben sette punti percentuali in meno rispetto alla media Ue; un abisso se confrontato con i dati italiani: 31%.
Uno strumento di equità sociale. Questo sistema, oltre a dare maggiori chance ai giovani e più competitività alle imprese, riesce nell’impresa più ardua, cioè nel rappresentare un efficace meccanismo di equità sociale. Oggi in Italia esiste il lavoratore di serie A e quello di serie B, al di là dei guadagni e delle retribuzioni. Esiste chi è assunto a tempo indeterminato ed è protetto dall’articolo 18 e dalla cassa integrazione. Esiste poi chi, licenziabile senza preavviso, non usufruisce di alcun sussidio. Tra questi, in primo luogo, i giovani. Solo il 20-25% di chi inizia a lavorare oggi ottiene un’assunzione a tempo indeterminato. Gli altri? Carne da macello. Così è difficile non solo metter su famiglia, ma anche andar via di casa. In Danimarca, invece, il sistema annulla qualsiasi disuguaglianza. Tutto questo ha un costo in termini di tassazione, piuttosto elevato, ma i danesi non vogliono rinunciarvi.
Niente soldi senza riqualificazione. E proprio gli elevati costi spinge lo Stato a far funzionare bene il meccanismo di riqualificazione ed inserimento. Attualmente il reddito garantito dal welfare può coprire fino al 90% dell’ultima retribuzione, ma solo se il disoccupato dimostra la reale intenzione di ricercare un nuovo impiego anche attraverso piani individuali di aggiornamento.
Certo, non tutto può essere preso ed impiantato in un paese come il nostro che ha aspetti strutturali e culturali diversi dalla Danimarca. Il paese nordico ha un debito pubblico notevolmente inferiore e un tasso di evasione fiscale che sfiora lo zero. Da noi mancano i soldi, o vengono sprecati. In Danimarca la pressione fiscale si attesta al 48,5% del pil, con il 43% di quella italiana. E se tra Italia e Danimarca non c’è poi tutta questa differenza sul livello di tassazione, c’è invece un abisso rispetto ai servizi al cittadino. Per questo il sistema danese da solo non basta. È necessario prima riformare l’Italia.

martedì 17 gennaio 2012

I giovani sono i nuovi schiavi

Uno su tre è disoccupato, gli altri due lavorano senza previdenza, senza diritti, in imprese con tassi di mortalità elevatissimi e costrette a una competizione pazzesca. Mentre sono del tutto ignorati dalla politica. E' a loro, oggi, che bisogna guardare

Sulle trasformazioni dell'organizzazione e della composizione del lavoro e sulla fine dell'epoca "fordista" circolano da decenni biblioteche di studi, che più o meno ormai si ripetono, usque ad nauseam. Non occorre essere esperti per capire che l'eroico tempo della grande concentrazione operaia e industriale, dei grandi conflitti tra capitale e lavoro, è tramontata per sempre. almeno da noi (risorgerà, chissà in quali forme, in India, in Cina?): basta avere occhi e girare per le nostre metropoli.

Quel tempo è diventato archeologia. Ma l'inerzia delle organizzazioni sindacali e politiche è pari soltanto a quella delle nostre lingue: le loro strategie mutano con fatica e lentezza anche maggiori. Tutto l'attuale dibattito in materia di occupazione e diritti del lavoro ha l'aria di un nostalgico revival tra vecchie destre e vecchie sinistre. Forse che gli articoli 18 hanno impedito licenziamenti di massa in questi anni, o possono frenare, non dico arrestare, i mutamenti del processo produttivo, della composizione dell'occupazione, la delocalizzazione? E, altra faccia della stessa medaglia fuori corso, le apologie più o meno mascherate su flessibilità, mobilità, ecc. Forse che è sufficiente la disponibilità sindacale su tali materie perché si decida di investire? Come se tale disponibilità non si manifestasse già, piena, a volte anche troppo, nella realtà dei rapporti di lavoro. Forse che investire, oggi, significa automaticamente aumentare la domanda di lavoro?

E mentre ci si balocca a difendere trincee sulle quali il "nemico" è già passato coi carri armati, tutta una generazione aspetta di essere riconosciuta nei suoi nuovi, specifici problemi e, magari, di organizzarsi. Come lavora quel 60 per cento di giovani "fortunati" che un lavoro ce l'hanno? Inventandoselo, nella maggior parte dei casi. Lavoro nelle maglie della piccola o piccolissima impresa; lavoro autonomo di servizio, anche ad alta intensità di "conoscenza"; free lance di ogni tipo. Quel poco di occupazione che si crea, si crea fuori o ai margini dei settori tradizionali. Vuol dire più autonomia e "libertà"? Non scherziamo.

Nella maggioranza dei casi, queste nuove imprese, di dimensioni quasi individuali, senza alcun sostegno finanziario, con tassi di mortalità elevatissimi, erogano un lavoro ancor più dipendente di quello salariato di una volta. Non solo perché "servono" a imprese pubbliche o private più strutturate e politicamente e sindacalmente più influenti, non solo perché ne sono in larga misura l'effetto del processo di "esternalizzazione", ma perché costrette a una competizione "mortale" tra loro per ottenere commesse, che si vedono poi pagate con ritardi insostenibili. Mille volte peggio che precari! E ciò che fa schifo è appunto questo: che il lavoro giovane, che aspira certamente a essere autonomo, che è certamente più ricco culturalmente di quello antico, debba pregare per farsi riconoscere, per potersi sviluppare. Che il futuro, bello o brutto che sia, debba stare al servizio del passato: questo condanna un paese, una nazione, una civiltà.

Quanti giovani lavorano "dispersi" in questa galassia? Senza alcun sostegno dal sistema bancario, ignorati dalla cosiddetta politica. Senza garanzia previdenziale. Con sussidi di disoccupazione, tra un periodo di lavoro e l'altro, che sono i più bassi di Europa. E non certo di semplici "ammortizzatori" vi sarebbe bisogno ma di una politica del lavoro capace di strutturare queste nuove forme di impresa, di puntare sulla loro crescita. O pensiamo di poter aumentare l'occupazione nel lavoro pubblico dipendente a tempo indeterminato? Una politica attiva del lavoro è oggi pensabile soltanto come tutela, sostegno strategico, organizzazione sindacale delle nuove professionalità che, al di là dei vecchi ordini e del loro decrepito corporativismo, si vanno formando nella "rete" dei servizi alle imprese globali, nell'informazione, nella cultura (patrimoni artistici, paesaggistici, turismo). Sarebbe ora di metter mano all'aratro e cessare di volgere indietro lo sguardo.