mercoledì 18 gennaio 2012

Un anno in meno a scuola? Le ragioni del sì e quelle del no.

Un anno in meno a scuola? Le ragioni del sì e quelle del no.

Ha provocato un vespaio il semplice accenno del sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria all’eventualità di riforma del ciclo d’istruzione, cioè la proposta di diminuirlo di un anno. Attualmente è di 13 anni : i ragazzi rimangono 5 anni alle elementari, cioè la scuola primaria, 3 anni alla scuola media, cioè secondaria di primo grado, 5 anni alle superiori, secondaria di secondo grado. La proposta è di ridurlo di un anno agendo alle medie o alle superiori. Come del resto già avviene in tanti paesi europei, dalla Francia alla Germania, dove la scuola dura meno eppure i profitti dei ragazzi, come testimoniano ricerche nazionali e internazionali, sono di gran lunga preferibili a quelli italiani, per cui la minore durata del ciclo non inficia i livelli cognitivi di quei ragazzi che vengono immessi nel mondo del lavoro o in quello universitario con un anno di vantaggio. La proposta è accompagnata dall’ipotesi di innalzamento dell’obbligo scolastico : dagli attuali 15 anni (prima della Gelmini era di 16 anni: è stato diminuito a 15) ai 18.

Le ragioni del no:

- Si toglie ai ragazzi un anno di istruzione? Non è possibile. Non va nel verso della qualità dell’istruzione tanto invocata in questi ultimi anni di “persecuzione gelminiana” – E conseguentemente si taglia l’organico necessario ad effettuarlo con conseguente perdita di posti di lavoro? Assolutamente no.

 - I ragazzi che non abbandonano più la scuola, causa obbligo scolastico, che fanno? Vanno ad aumentare il rapporto docente alunno perpetrando il fenomeno deleterio delle classi pollaio? E dunque aumentando il caos attuale invece di risolverlo?

Le ragioni del sì:

- Allinearsi ai coetanei europei che anticipano di un anno laurea o lavoro è una richiesta che arriva dal mondo spesso inascoltato dei ragazzi – Aumentare l’obbligo scolastico vuol dire “obbligarli” al diploma. Tutti. Non solo i “fortunati”. Oggi la dispersione è massima proprio in coincidenza del raggiungimento dell’età dell’obbligo cioè 15 anni, cioè dal primo al secondo anno delle superiori. Gli abbandoni riguardano soprattutto istituti tecnici o professionali, spesso “settati” in bienni e trienni proprio in virtù degli abbandoni, con conseguente divisione in istruzione di serie A , quella liceale, e formazione di serie B, (tanto la maggior parte poi abbandonano) quella tecnico-professionale. Obbligare tutti al diploma livella le distanze, le differenze di qualità dell’istruzione, non solo tra diplomati e non diplomati, ma anche tra licei e istituti tecnico-professionali. Perché un operaio specializzato, un cuoco, un informatico… non deve avere una ottima istruzione, anche nelle competenze e conoscenze generali, se il fine della scuola non è creare forza lavoro ma favorire “l’effettivo sviluppo della persona umana” e crescere i cittadini?

- Favorire per una volta i più deboli nell’ottica del dare di più a chi ha di meno di Donmilaniana memoria, direi attuale. Nelle aree depresse del paese, meridione e periferie delle metropoli, la dispersione raggiunge il 27% (e si concentra negli istitui tecnico-professionali di cui sopra). Non è possibile. Si deve combattere per motivi etici prima che economico-sociali. L’obbligo scolastico ha avuto il compito di abbattere la dispersione alle elementari e alle medie, così sarebbe alle superiori.

- Innalzando l’obbligo aumenterebbero di conseguenza gli alunni a scuola e dunque la necessità di organici e dunque, con facili calcoli, ne deriva che i due provvedimenti presi insieme non varierebbero l’attuale “parco” organico

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